La serie nasce realmente nel 1988 con il nome di Metal Gear ma è solo dieci anni dopo, con l’arrivo del primo capitolo della trilogia “solid” e la rivoluzionaria PlayStation che Solid Snake, finalmente, ottiene la consacrazione. Era il 1998 e io avevo diciotto anni, una macchina da rubare ai genitori e una fidanzata di cui oggi odio ricordare il nome. Vi state chiedendo perché vi racconto tutto questo invece di descrivervi Guns of The Patriots? Ma perché me lo ha chiesto proprio Hideo Kojima. Lui stesso, dopo averci lasciato giocare per giorni al suo ultimo lavoro e in alcuni casi di portarlo persino a termine, ha chiuso l’evento parlandoci dei suoi ricordi, di una vita che passa, di facce oramai dimenticate ma soprattutto di emozioni. Ci ha raccontato che finito di lavorare a Guns of The Patrios, alcuni dei suoi collaboratori, ripensando ai loro primi giorni in Konami passati proprio a dar vita a questo eroe si sono messi addirittura a piangere; la loro vita, la sua vita, un legame importante che forse noi che stiamo dall’altra parte della barricata (ma anche del mondo, d’altronde la differenza culturale conta) non potremo mai capire. Un evento, raccontato in prima persona dall’uomo che ha costruito tutto ciò, in grado di rinvigorire ulteriormente quell’aurea mistica che da sempre sembra accompagnare Metal Gear. La stessa miracolosa vocazione si scorge nella scelta non sappiamo quanto casuale di chiudere la serie (chissà, forse solo nella sua forma “solida”) proprio il 2008, venti anni dopo la sua nascita e dieci anni dopo la sua rinascita. Trucchi da PR, umorismo da Kojima, vere e proprie formule magiche orientali per fare in modo che sia sempre un successo, non sappiamo come tutto questo funzioni e se funzioni, quel che sappiamo è che nel bene (Il primo e il terzo meraviglioso capitolo) e il male (il confuso Sons of the Liberty), le avventure di Solid Snake e relativi cloni hanno sempre avuto una certa influenza sulle nostre menti. Non sarà da meno questo nuovo capitolo che al contrario di quelli che lo hanno preceduto si prende la briga di spiegare le innumerevoli sottotrame che Hideo Kojima ha creato nel tempo. Non rimarranno delusi gli appassionati, questo posso già dirlo con estrema certezza, mentre si nota una certa fretta nel voler giustamente chiudere alcune idee forse sfuggite di mano allo stesso autore. Il gioco racconterà tutto questo nel classico “Kojima Style”, tocco che si rispecchia in innumerevoli scene d’azione e altrettanto lunghi e appassionanti filmati, snelliti questa volta da tanti tocchi di classe che li renderanno più o meno interattivi. Gli enormi briefing, per esempio, sono accompagnati da telecamere mobili e dalla possibilità di scorazzare liberamente con il più piccolo Metal Gear della storia, ovvero il robottino MKII che si rivelerà ben presto utile sia durante le missioni che per andare a scovare tutti quei piccoli segreti che Hideo Kojima ha piazzato come sempre nel suo gioco.
Stile libero
La struttura di gioco di Metal Gear Solid 4 si ripresenta a noi come diretta evoluzione di ciò che avevamo già sperimentato in passato. La direzione intrapresa da Kojima è quella di fornire al giocatore il maggior numero di strumenti possibili per affrontare qualsiasi situazione nel modo che ciascuno di noi riterrà più opportuno. Questa libertà d’azione è cresciuta esponenzialmente ad ogni nuovo capitolo sviluppato e in Guns Of The Patriot, complice anche lo scenario scelto, l’autonomia tattica concessa è decisamente sopra la media. Farsi largo nel bel mezzo di un combattimento è cosa all’ordine del giorno in questo titolo, potremo cercare di intrufolarci fino all’obiettivo senza farci sentire e vedere, tattica come sempre intelligente ma che richiede pazienza e precisione per essere attuata, oppure mostrarci al nemico che però non sempre si comporterà come tale. Se nel corso di una sparatoria volontariamente o meno aiuteremo una delle fazioni in guerra, non è detto che un paio di minuti dopo non siano loro a sdebitarsi, unendosi al nostro fianco per qualche colpo in grado di farci respirare un momento. Quest’ultima si rivelerà ben presto un’aggiunta molto piacevole ma non certo rivoluzionaria, influisce molto di più la possibilità di acquistare armi e modifiche grazie a Drebin, il tizio di colore sempre accompagnato dalla sua simpatica scimmia dalle mutande argentate. Grazie a Drebin potrete raccogliere le armi trovate per terra (e che non potrete usare per colpa delle nanotecnologie incompatibili), spedirle a Drebin e convertirle in omonimi punti, con questa sorta di valuta avrete modo di comprare dozzine di armi diverse nonché relative modifiche come mirini telescopici, calci per rendere la mira più stabile, lanciagranate e così via. In Guns of The Patriot viene poi introdotto l’indicatore dello stress, se ridotto al minimo il povero vecchio Snake avrà difficoltà a mirare e a spostarsi ma può essere mantenuto alto con una manciata di espedienti abbastanza semplici da scovare. Anche quest’ultima novità non si ripercuote poi molto sul gameplay e la noterete più per i vari espedienti narrativi ideati da Kojima che per qualche “serio” problemi sul campo di battaglia. Ottima invece l’evoluzione della tuta di Snake, laddove in nel terzo gioco della serie dovevamo di volta in volta entrare nel menù per cambiare la mimetizzazione, in MGS4 basterà appoggiarsi a un muro o sdraiarci a terra per qualche istante per fare in modo che la camo ne prenda tratti e colori. Il robottino MKII e alcune nuove mosse su cui potrà contare Snake non fanno altro che aggiungere possibilità alle tante strade percorribili una volta in azione.
Dedicato a...
Guns of The Patriot, al contrario di quanto sembra accadere con altre serie alle prese con il passaggio dalla passata generazione a quella corrente, spinge Metal Gear nella direzione contraria a quella della semplificazione coatta di gameplay e trama. Ideo Kojima dedica il suo ultimo gioco esclusivamente a tutti quelli che hanno seguito il mito di Solid Snake fin dal primo gioco, coloro che sono in grado di carpire, capire e assemblare insieme la miriade di citazioni e richiami presenti. In qualche modo però la trama riesce comunque a reggersi sulle proprie gambe e come per miracolo anche il nuovo arrivato non può che divertirsi una volta ai comandi del vecchio Snake, probabilmente il merito va al grande messaggio di cui questo nuovo capitolo della serie si fa portavoce, messaggio semplice ma al tempo stesso di una potenza devastante e intelligentemente introdotto subito dopo gli emozionanti titoli di testa. Esiste però un punto ben preciso della storia in cui Ideo Kojima ha raccolto buona parte delle enormi rivelazioni che ci attendono nel gioco, in questo caso a nostro parere la maestosa linea narrativa messa in piedi ne risente un po’ uscendone leggermente affaticata, avremmo insomma preferito una migliore distribuzione di momenti chiave.
Piccoli errori di bilanciamento che comunque non rovinano lo splendido ritmo di gioco, siamo ben lontani dal prosaico Sons of Liberty malgrado di filmati ce ne siano moltissimi anche qui, tutti in grado di lasciarvi con la bocca spalancata grazie a una direzione artistica che travalica fin da subito la pura tecnica, minata da texture di bassa qualità, animazioni imprecise e qualche incertezza del motore grafico. Quel che ci si ritrova tra le mani una volta finito il gioco è un senso di soddisfazione unico, espressione di ore e ore di colpi di scena, creature incredibili, tempi comici, sparatorie, infiltrazioni, ninja, creature metà robotiche e metà organiche, inseguimenti, fughe e tutto ciò che ha reso Metal Gear Solid un mito, solo che per la prima volta tutto in unico gioco. Meraviglioso.



CITAZIONE
CITAZIONE (Dark Elco @ 22/4/2009, 14:24)
AHAHAHHAHAHAHHA e che gruppo sarebbe? virtual brutal death power heavy duechitarreunatastiera?